Riccardo Codevilla
17 settembre 2025
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Negli anni è stato detto di tutto sulle Dipendenze, ma mai e poi mai avrei immaginato di sentirmi dire: dipendenza significa creare legami. La frase stessa risulta quasi incomprensibile. Eppure, credici o meno, questo è quanto scoperto dal celebre famoso Johann Hari, esperto di dipendenze non solo a livello accademico, ma anche famigliare (molti dei suoi cari hanno sofferto di varie forme di dipendenza) [1].
Cosa può aver portato questo studioso a fare una riflessione di portata epocale, che sconvolge, o quanto meno ribalta, il paradigma dominante e, come vedremo, cambia il modo di “curarla”. Come sempre nella Scienza, una serie di esperimenti. In particolare, come spesso accade, sulle cavie per antonomasia: i topi da laboratorio.
Si è osservato, con assoluta e inequivocabile sicurezza, che, immersi i nostri simpatici topini in una sorta di “paradiso per topi”, con ogni ben di Dio, ben presto questi si sarebbero disinteressati sempre più ai loro simili, diventando dipendenti da tutti i cibi e i divertimenti loro propinatigli. Con il passare del tempo, ogni topo era sempre più solo, attratto irresistibilmente dal suo magico mondo e dipendente da esso. Questo è il punto fondamentale: all’aumentare dell’isolamento sociale, aumenta la dipendenza e la dipendenza, a lungo andare, crea sempre più isolamento.
Potremmo quindi giustamente dire che l’assenza di legami crea dipendenza. Eppure, non è forse l’esatto contrario di quanto abbiamo affermato all’inizio? Ovvero, che dipendenza significa creare legami? Come può esserlo, se nasce dall’isolamento? È davvero molto semplice: l’assenza di legami sociali, l’isolamento sociale, contribuisce alle dipendenze. È vero. Lo ha dimostrato ripetutamente l’esperimento sui topi e, purtroppo, anche la società moderna (questo getta luce su quanto dicevamo nel nostro primo articolo “Soli ma iperconnessi: una epidemia di solitudine”, che ti invito a leggere).
Dipendenza è creare legami… con qualcos’altro. E questo cambia tutto.
Proprio nel “Paese dei balocchi”, in cui viviamo oggi, con alimenti zuccherini, giocattoli, borse all’ultima moda, videogiochi e chi più ne ha più ne metta, vediamo tutti i giorni quanto la nostra solitudine ci esponga maggiormente agli attacchi potenziali delle scintillanti dipendenze, alle loro gratificazioni istantanee… ma non è proprio forse il legame con tutte queste cose a renderci più soli?
Pensaci bene: quando sei dipendente da una persona, per esempio, magari in una cosiddetta “relazione tossica”, sei più solo, isolato, rispetto agli altri, certo, ma perché quella persona è tutto il tuo mondo. Il legame con lei è tutto. Allo stesso modo, se diventi dipendente da una sostanza, un cibo, un gioco, un social media, quelle cose diventano tutto il mondo: crei un forte legame con loro. Non c’è il nulla assoluto, ma una sostituzione di ciò a cui ti leghi. Non sei più normalmente attratto da amici, famigliari, sport e quant’altro, ma solo da una specifica cosa.
Ora è tutto chiaro: è vero, la dipendenza ci rende più socialmente isolati, più soli, ma lo fa perché ci lega a qualcos’altro di specifico. Non siamo “più soli” e basta, ma soli… con davanti il cellulare, per esempio (nelle dipendenze social). Siamo legati al cellulare o all’app di turno.
Fig. 1: Un bambino lega con il suo schermo. Foto free-source di Ludovic Toinel scaricata da Unsplash.
In realtà noi diventiamo dipendenti da qualcosa o qualcuno, perché non possiamo fare a meno di creare legami! Come diceva Aristotele, siamo “animali sociali”. Non possiamo stare soli, non ce la facciamo. E, se la società ci porta a stare sempre più soli, isolati, stressati, come oggi, la risposta innata del nostro organismo è quella di aggrapparci con tutte le nostre forze a un nuovo legame, che ci porti piacere e felicità. Ed è in questa crepa di solitudine e bisogno di relazione, ricerca della felicità, che la psicologia sociale si è inserita per costruire i social media, copiando direttamente i tre meccanismi fondamentali delle sale d’azzardo, come illustrato grazie alle parole del Professore dell’Università di New York Adam Atler nei precedenti articoli (che ti invito a leggere) [2].
Capito questo, ti renderai conto che siamo di fronte a una rivoluzione: il modo di trattare, “curare” le dipendenze cambia completamente e non sarà mai più lo stesso
Trattare le dipendenze è dunque una e una sola: la socialità.
Pensaci un attimo: se i topi (e la nostra società), ci hanno mostrato che più soli siamo, più ci leghiamo a una fonte di piacere, non è forse assurdo chiudere le persone in centri specifici di recupero, isolandole, stigmatizzandole, magari pure in solitaria? Il Professor Hari non ha alcun dubbio: è assolutamente assurdo, perché l’origine di tutto è l’esclusione. Un’ulteriore separazione aumenterà l’irrefrenabile insito desiderio di… “fare legami”, con quelle sostanze che ci fanno male.
La soluzione da lui intuita e praticata per trattare le dipendenze è dunque una e una sola: la socialità.
Riportare la persona a vivere nel mondo (aiutandola certamente) e non come un malato. Ripristinare la tua personale capacità di fare miriadi di legami, depotenziando così mano a mano quel legame nocivo, che era diventata la tua catena, un parassita, ma non era altro che la tua ultima speranza, il tuo ultimo collegamento con la vita, prima di perderne per sempre il contatto. “Ho fatto legami con un gioco”, “ho legato con una sostanza stupefacente”, “ho un legame con Instagram”: usare queste parole è forse buffo, ma non cambia tutta la nostra percezione della realtà?
Anche per tale motivo il Professor Hari propone di cambiare ufficialmente il termine “dipendenza” con “bonding”, “fare legami” appunto. Per ricordarci costantemente che in verità siamo sempre noi umani, che tentiamo di vivere e di fare ciò che ci riesce meglio: legarci a qualcuno o qualcosa [1].
Siamo sempre noi umani, che tentiamo di vivere e di fare ciò che ci riesce meglio: legarci a qualcuno o qualcosa.
Finalmente, tutto ha senso. E, a proposito, di “senso”, risolto questo enigma, non ci resta ora che rispondere alla seconda domanda, con cui ci eravamo lasciati nello scorso articolo (leggilo, se non lo ha già fatto): il senso di scopo è “buono” o “cattivo”? Ti aspetto alla prossima puntata: “Ansia: come combatterla?”.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
[1] Hari, J. (Director). (2015, June). Everything you think you know about addiction is wrong [Video recording]. https://www.ted.com/talks/johann_hari_everything_you_think_you_know_about_addiction_is_wrong
[2] Adam Atler, “Irresistible. The Rise of Addictive Technology and the Business of Keeping Us Hooked”, Penguin Publishing Group, 2018.
Questo articolo formativo fa parte del progetto “Black Mirror Escape Room” realizzato dall’associazione Econtrovertia APS nell’ambito del Piano Giovani di Lavis – Anno 2025.
Dipendenza significa creare legami… con qualcos’altro. E questo cambia tutto.





